Traduzione di La Strada del Non Ritorno

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Traduzione dall'originale polacco di La Strada del Non Ritorno, tratta dalla raccolta Qualcosa finisce, Qualcosa inizia. A cura di The Fixer.


I[modifica | modifica wikitesto]

L’uccello dal piumaggio variopinto, seduto sul braccio di Visenna, iniziò a gracchiare e a sbattere le ali, quindi si sollevò in volo e si posò sugli arbusti. Visenna fermò il cavallo, rimase in ascolto per un momento, poi si incamminò con cautela sui sentieri nella foresta.

L’uomo sembrava addormentato. Sedeva di schiena contro un palo in mezzo al bivio. Avvicinandosi, Visenna notò che i suoi occhi erano aperti. Aveva già notato che era ferito. Una benda di fortuna, che gli copriva la spalla ed il bicipite sinistri, era intrisa di sangue ancora non rappreso.

« Ciao, giovanotto », disse il ferito, sputando un lungo filo d’erba. « Dove sei diretto, se posso chiedere? »

Visenna non apprezzò di essere chiamata “giovanotto”. Si tolse il cappuccio.

« Chiedere è lecito », rispose, « ma sarebbe bene giustificare la curiosità. »

« Perdonatemi, signora », disse l’uomo, socchiudendo gli occhi. « Indossavate abiti maschili. E per quanto riguarda la curiosità, è giustificata, eccome. Questo è un bivio strano. Qui mi è capitata un’avventura interessante… »

« Lo vedo », lo interruppe Visenna, fissando una strana forma immobile, contorta e innaturale, mezza coperta dagli arbusti a non più di tre metri dal palo.

L’uomo seguì il suo sguardo. Poi i loro occhi si incontrarono. Visenna, fingendo di spostarsi i capelli dalla fronte, toccò il cristallo nascosto sotto la fascia di pelle di serpente.

« Eh, sì », disse con calma il ferito. « È laggiù morta. Avete uno sguardo intelligente. Probabilmente pensate che sia un rapinatore? Ho ragione? »

« Non proprio », disse Visenna, senza togliere la mano dal cristallo.

« E… » balbettò l’uomo. « Sì. Ma… »

« La tua ferita sanguina. »

« La maggior parte delle ferite hanno proprietà strane », sorrise il ferito. Aveva dei bei denti.

« Anche sotto una benda, una ferita come quella può sanguinare a lungo. »

« Volete onorarmi con il vostro aiuto? »

Visenna scese da cavallo, affondando i talloni nel terriccio morbido.

« Mi chiamo Visenna », disse. « E non sono solita onorare nessuno. Tra l’altro non mi piace quando mi si da del “voi”. Mi occuperò della ferita. Puoi alzarti? »

« Sì. Devo… »

« No. »

« Visenna », disse l’uomo, sollevandosi un poco per riuscire a disfare la benda con più facilità. « È un bel nome. Te l’ha mai detto nessuno, Visenna, che hai degli splendidi capelli? Sono color rame, si dice così, giusto? »

« No. Rossi. »

« Oh. Quando hai finito, ti raccoglierò un mazzo di lupini, quelli che crescono sui canali. E durante l’intervento ti racconterò quello che mi è successo, per ammazzare il tempo. Mi è successo proprio come a te, pensa un po’. Ero al bivio e stavo fissando il palo. C’era un cartello attaccato su. Ah, fa male. »

« La maggior parte delle ferite hanno questa proprietà. » Visenna strappò l’ultimo strato di benda, senza curarsi di essere delicata.

« Giusto, dimenticavo. Dov’ero rimasto… ah, già. Mi sono avvicinato e ho letto la scritta sul cartello. Terribilmente sbilenca, conoscevo un arciere che poteva scrivere meglio pisciando sulla neve. Ho letto… E quella cos’è, ragazza mia? Cos’è quella pietra? Oh, diavolo. Non me l’aspettavo. »

Visenna passò lentamente un’ematite lungo la ferita. L’emorragia si interruppe immediatamente. Chiuse gli occhi, afferrò il braccio dell’uomo con entrambe le mani, e premette con decisione i bordi del taglio. Tolse le mani – il tessuto era guarito, lasciando solo un ispessimento e una striscia scarlatta.

L’uomo rimase in silenzio, guardando attentamente. Infine tirò su il braccio, lo distese, si strofinò la cicatrice e scosse la testa. Prese un brandello della camicia insanguinata e del farsetto e si alzò, raccogliendo la spada, la borsa e la borraccia, allacciata con una fibbia dalla forma di una testa di drago.

« Sì, si chiama fortuna », disse, senza distogliere lo sguardo da Visenna. « Sono venuto a cercare il guaritore nel cuore della foresta, alla confluenza dell’Ina e dello Jaruga, dove è facile imbattersi in lupi mannari, o peggio ancora, in un taglialegna ubriaco. A quanto ammonta il pagamento per la guarigione? Al momento non ho molti soldi con me. Va bene un mazzo di lupini? »

Visenna ignorò la domanda. Si avvicinò al palo, sollevando la testa – il cartello era inchiodato all’altezza degli occhi.

« “Tu, che vieni da ovest” », lesse ad alta voce, « “se vai a sinistra, si ritorna. Se vai a destra, si ritorna. Davanti è la strada del non ritorno.” Che sciocchezze. »

« Ho pensato la stessa cosa », concordò l’uomo, scrollandosi gli aghi di pino dai pantaloni. « Conosco la zona. Andando verso est, verso il passo di Klamat, si arriva sul tratto mercantile. E perché non andarci? Per le belle ragazze desiderose di sposarsi? Per l’alcol a buon mercato? Per un posto vacante di sindaco? »

« Non cambiare argomento, Korin. »

L’uomo rimase a bocca aperta, attonito.

« Come sai che il mio nome è Korin? »

« Me l’hai detto tu un momento fa. Dimmi di più. »

« Sì? » L’uomo la guardò sospettoso. « Davvero? Beh, forse… Dove ero rimasto? Ah, già. Ho letto il cartello e mi sono chiesto chi potrebbe aver scritto una cosa del genere. All’improvviso ho sentito qualcuno mormorare alle mie spalle. Mi sono girato di scatto, e ho visto una vecchietta, raggrinzita, ingobbita, aggrappata ad un bastone, e che bastone. Le ho chiesto cortesemente chi era. Lei mi ha risposto: “Ho fame, signore, è dall’alba che non metto niente sotto i denti.” Ipotizzai che la vecchietta avesse ancora almeno un dente. Ho fatto spallucce, quindi ho preso la borsa, tirando fuori un pezzo di pane e delle orate affumicate, che ho avuto da dei pescatori sullo Jaruga, e li ho dati alla vecchietta. Lei ha mangiato, poi ha tossito e ha sputato le ossa. Intanto continuavo a fissare quel cartello. Improvvisamente la vecchietta mi ha detto, “Sei un uomo buono, e forte, mi hai aiutato, la tua ricompensa non ti sfuggirà.” Volevo chiederle dove avrei potuto trovare la ricompensa, e la vecchietta ha continuato: “Avvicinati, voglio sussurrarti una cosa, voglio rivelarti un segreto importante, che ha risparmiato tanta gente buona dalla miseria, donando loro fama e ricchezza.” »

Visenna sospirò, sedendosi accanto al ferito. Le piaceva, era alto, biondo, con un viso affilato ed un mento prominente. E non puzzava come gli uomini che di solito incontrava. Cercò di scacciare l’insistente pensiero, che fino ad allora aveva vagato sempre da sola nei boschi e sulle strade maestre. Korin proseguì il racconto:

« Ha, ho pensato », disse, « che fosse la classica occasione. Se la vecchia non aveva la sclerosi, ed aveva le rotelle a posto , il povero guerriero poteva e doveva approfittarne. Mi sono inchinato, e le ho porto l’orecchio come uno sciocco. Se non fosse stato per i miei riflessi, non avrei più il pomo d’Adamo. Ho balzato all’indietro, il sangue usciva dal mio braccio come una fontana, e la vecchia ha volato con il coltello, urlando, sbuffando e sputando. Non pensavo che fosse una faccenda così seria. Le sono andato addosso, cercando di bloccarla, e in quel momento ho capito che non era una comune vecchietta. I suoi seni erano duri come la selce… »

Korin si girò verso Visenna, per vedere se era arrossita. Visenna ascoltava con un’espressione curiosa e gentile sul viso.

« Dov’ero rimasto… Aha. Ho pensato di bloccarle le gambe, e disarmarla, perché no. Ma era forte come una lince. Ha ripreso il coltello in mano. Cos’altro potevo fare? Ho preso la sua testa e l’ho spinta contro la spada… è rimasta impalata. »

Visenna sedeva in silenzio, con la mano sulla fronte, come se i suoi pensieri fossero migliorati dalla fascia di pelle di serpente.

« Visenna? Ti dico che non era normale. Lo so, è stata più furba di me, ma se fosse stata una vecchia sarebbe morta. Subito dopo sono inciampato, e lei si è trasformata. Era ringiovanita. »

« Un’illusione », disse Visenna pensierosa.

« Che cosa? »

« Niente », disse Visenna, alzandosi ed avvicinandosi al cadavere tra le felci.

« Basta guardarla », disse Korin avvicinandosi. « Somiglia ad una statua nella fontana di un castello. Ed era gobba e rugosa come la groppa di una vacca di cent’anni. Lasciami… »

« Korin », lo interruppe Visenna, « i tuoi nervi sono saldi? »

« Eh? E cosa c’entrano i miei nervi? Sì, comunque, non mi fanno male. » Visenna si tolse la fascia di pelle di serpente dalla fronte. Il cristallo sulla sua fronte era circondato da un alone lattiginoso. Rimase in piedi davanti al corpo, unì le mani e chiuse gli occhi. Korin la fissò a bocca aperta. Visenna chinò il capo, sussurrando qualcosa di incomprensibile.

« Grealghane! » Gridò improvvisamente.

Le felci frusciarono violentemente. Korin saltò sguainando la spada, scivolando in posizione difensiva. Il cadavere fluttuò.

« Grealghane! Parla! »

« Aaaaaaaa! » gridò con voce rauca tra le felci. Il cadavere si piegò inarcandosi, quasi levitando, toccando terra con le spalle e la testa. Iniziò a gridare, e a stirarsi, emettendo un borbottio gutturale, gemiti e urla convulse, che gradualmente assunsero una cadenza regolare, ma ancora totalmente incomprensibili. Korin avvertì sulla schiena un rivolo di sudore freddo, che lo irritò come un bruco. Stringendo i pugni per contenere il formicolio alle braccia, combatté con tutta la sua forza di volontà il desiderio di fuggire nella foresta.

« Oggg… nnnn… nngammm… » mormorò il cadavere, affondando le unghie nel terriccio, sputando bava insanguinata tra le labbra rotte. « Nam… eeeggg… »

« Parla! »

Dalle mani tese di Visenna filtrò un fascio di luce turbolento, che sollevò della polvere. I rami secchi si sollevarono in aria assieme alle felci. Il cadavere boccheggiò, schioccò le labbra e improvvisamente parlò. Chiaramente.

« Il bivio, distante sei miglia da Klucz. Lui… Mi ha mandata. Il Circolo. L’uomo. Spraa… ggg… Aaazal. Me l’ha ordinato. »

« Chi?! » Gridò Visenna. « Chi te l’ha detto? Parla! »

« Fffff… ggg… Genal. Controlla le scritte, le lettere, gli amuleti. Il… Circolo. »

« Parla! »

« … passo. Koshchey. Ge… nal. Ha preso la lista. Per… gamena. Verrà da Maaaaaaaaa! Eeeeeeeee! Naaaaaaaaa! » La sua voce impastata vibrò e si dissolse in un urlo terrificante. Korin cadde a terra, gettò la spada, chiuse gli occhi e si premette le mani sulle orecchie. Rabbrividì in tutto il corpo, come se qualcuno gli avesse afferrato i genitali.

« È tutto finito », disse Visenna asciugandosi la fronte dal sudore. « Ti avevo chiesto se avessi nervi saldi. »

« Che giornata », boccheggiò Korin. Prese la spada e la infilò nel fodero, cercando di non fissare il corpo finalmente immobile.

« Visenna? »

« Che c’è? »

« Andiamocene da qui. Più lontano possibile. »


II[modifica | modifica wikitesto]

Salirono entrambi sul cavallo di Visenna, cavalcando lungo il sentiero nella foresta, accidentato e coperto di erbe. Lei stava davanti, in sella, Korin cavalcava a pelo, dietro di lei, abbracciando la sua vita. Visenna era da tempo abituata a godere liberamente dei piccoli piaceri, concessile dal fato, ed il suo tocco sulla sua schiena era benvenuto. Entrambi rimanevano in silenzio.

« Visenna », si decise Korin, dopo quasi un’ora.

« Sì? »

« Non sei una semplice guaritrice. Vieni da un Circolo? »

« Sì. »

« A giudicare da quello… spettacolo, una Maestra? »

« Sì. »

Korin smise di stringerla ed afferrò il pomello della sua spada. Gli occhi di Visenna si assottigliarono per la rabbia. Ovviamente, lui non poteva vederlo.

« Visenna? »

« Che c’è? »

« Hai capito qualcosa di quello… quella roba… che ha detto? »

« Non molto. »

Calò nuovamente il silenzio. L’uccello variopinto, sorvolando le fronde, gracchiò rumorosamente.

« Visenna? »

« Korin, fammi un piacere. »

« Eh? »

« Smettila di parlare. Devo pensare. »

Il sentiero li condusse dritti in una gola, lungo il letto di un torrente poco profondo, che scorreva placidamente tra i macigni e i tronchi scuri tra l’odore di menta ed ortiche. Il cavallo incespicò sulle pietre coperte da sedimenti di argilla e limo. Korin, per non cadere, afferrò nuovamente la vita di Visenna. Scacciando l’insistente pensiero che fino ad allora aveva vagato sempre da solo nei boschi e sulle strade maestre.


III[modifica | modifica wikitesto]

L’abitato era un tipico villaggio, arroccato sulla montagna, sparsi per la strada si trovavano paglia, legna e fango, ammucchiati lungo gli steccati ricurvi. Quando si avvicinarono, i cani si misero ad abbaiare. Il cavallo di Visenna si spostò tranquillo in mezzo alla strada, senza prestare attenzione ai bastardi inferociti, in fila con le bocche aperte che puntavano al garretto.

All’inizio non videro nessuno. Poi da dietro gli steccati, dai sentieri che portavano al granaio, comparvero gli abitanti – si avvicinarono lentamente, a piedi nudi e con un’espressione cupa. Impugnavano forconi, bastoni e mazze. Qualcuno si chinò, raccogliendo un sasso.

Visenna fermò il cavallo, alzando la mano. Korin notò che in mano teneva una piccola lama d’oro a forma di mezzaluna. « Sono una guaritrice », disse con voce chiara e risonante, sebbene non tanto forte.

I paesani appoggiarono le armi, mormorarono e si guardarono l’un l’altro. Ne arrivarono altri ancora. Alcuni si tolsero il cappuccio.

« Come si chiama questo villaggio? »

« Klucz. »

« Chi è l’anziano qui? »

« Topin, mia signora. Uh, quella capanna. »

In mezzo ai contadini, si fece strada una donna con un bambino in braccio.

« Mia signora… » gemette, toccando timidamente le ginocchia di Visenna. « Mia figlia… brucia dalla febbre alta… »

Visenna scese dal cavallo, toccò la testa della bambina, e chiuse gli occhi.

« Domani sarà guarita. Non tenerla così al caldo. »

« Grazie… Grazie mille… »

Topin, l’anziano del villaggio, era già nel cortile della capanna, pensando se usare o meno il forcone, che teneva pronto. Infine, salirono lungo le scale sporche di escrementi di gallina.

« Perdonatemi, mia signora », disse, posando il suo forcone contro la parete della capanna. « E anche voi, nobile signore. In questi tempi bui… Prego, entrate. Vi invito a pranzo. »

Entrarono.

La moglie di Topin, assieme a due bambine vestite con abiti di feltro, attaccate alla sua gonna, portò uova strapazzate, pane e latte cagliato, poi scomparve in camera. Visenna, diversamente da Korin, mangiò poco, sedendo in silenzio e aggrottando le ciglia. Topin roteò gli occhi, si grattò in diversi punti e iniziò a parlare.

« Sono tempi incerti. Incerti. Ci affligge la povertà. Il vello delle mie pecore cresce, ne abbiamo un sacco in vendita, ma di qua ormai non passano più mercanti, e a momenti dovremo ammazzare le pecore, per poter mettere qualcosa sotto i denti. Prima di essere sommersi da quel tessuto, dipendevamo dalla giada dagli Amell, al di là del passo, ci sono alcune miniere. E là lavoravano il nostro tessuto. Ne portavano delle pile, loro prendevano il vello, pagavano, e ci guadagnavamo tutti da vivere. Ora non vengono più mercanti. Nemmeno con il sale siamo messi tanto male, e quello finirà in tre giorni. »

« Le carovane vi evitano? Per quale motivo? » Chiese Visenna pensierosa toccandosi periodicamente la fascia sulla fronte.

« Ci evitano », ringhiò Topin. « La strada per gli Amell è bloccata, sul passo ci sta un maledetto Koshchey, non ne esce vivo nessuno. Perché i mercanti dovrebbero passarci? Per morire? »

Korin si immobilizzò, con il cucchiaio in aria.

« Un Koshchey? Cos’è un Koshchey? »

« E io che ne so? Dicono che è un divoratore di uomini. Si è insediato sul passo. »

« E non è riuscita a passare nessuna carovana? »

Topin guardò intorno alla stanza.

« Qualcuno, sì. Si dice, che è la loro. La loro foresta. »

Visenna aggrottò le ciglia.

« In che senso… la loro? »

« Beh, la loro », disse Topin impallidendo. « Alla gente degli Amell va peggio, anche peggio che da noi. Almeno noi riusciamo a raccogliere un po’ di cibo nella foresta. Loro invece sono tra le rocce e non sanno cosa fare, a parte provare a vendere la giada al Koshchey. Destino ingrato, quegli stronzi dei loro banditi forse se la caveranno, ma cosa potrà fare la brava gente degli Amell? Di sicuro non mangiare la giada. »

« Chi controlla questo Koshchey? Degli uomini? »

« Uomini e vran, ed altri. Tutti banditi. Loro portano i carri dagli Amell, noi scarichiamo la giada e le altre pietre verdi iridescenti. E poi ce le prendono con la forza. Una volta al villaggio, a volte, rapinano, violentano le nostre ragazze, e si scontrano, uccidono quelli che scherzano col fuoco. Assassini spietati. »

« Quanti sono? » chiese Korin.

« E chi ha voglia di contarli, nobile signore. I villaggi fanno come possono, cercano di tenere duro. E temiamo che, mentre dormiamo, appicchino incendi. A volte è semplicemente meglio dare loro ciò che vogliono. Perché dicono… »

Topin, sempre più pallido, fu attraversato da un tremito.

« Cosa dicono, Topin? »

« Dicono che altrimenti, il Koshchey, fuori controllo, si avvicinerà al nostro villaggio e alle valli. »

Visenna si alzò bruscamente, cambiata in volto. Korin rabbrividì.

« Topin », disse la maga. « Dov’è la forgia più vicina? Il mio cavallo ha perso un ferro lungo la strada. »

« È nella foresta, un po’ più distante da qui. Funge da forgia e da stalla. »

« Bene. Ora vai, chiedi in giro se ci sono malati o feriti che necessitano di cure. »

« I miei ringraziamenti, grande benefattrice. »

« Visenna » disse Korin, appena Topin richiuse dietro di sé la porta. La druida si girò e lo fissò.

« Il tuo cavallo ha tutti i ferri in ordine. »

Visenna rimase in silenzio.

« Vogliono sicuramente il diaspro, e la pietra verde è ovviamente la giada, per la quale le miniere degli Amell sono famose », continuò Korin. « E gli Amell si possono raggiungere solamente tramite Klamat, attraverso il passo. La strada del non ritorno… Cos’ha detto quella donna morta all’incrocio? Perché ha cercato di uccidermi? »

Visenna non rispose.

« Non me lo dici? Non ha importanza. Ormai ho trovato da me la spiegazione. La vecchia all’incrocio aspettava qualcuno che si sarebbe fermato a quello stupido cartello che proibiva di viaggiare verso est. Era il primo controllo: se il viaggiatore sapeva leggere. E la vecchia avrebbe avuto un ulteriore conferma: chi, se non un buon samaritano del Circolo dei Druidi, avrebbe aiutato la vecchia affamata? Chiunque altro avrebbe scrollato le spalle, o anche derubato la vecchia del bastone. La vecchia si è spinta più in la, parlando di povera gente bisognosa. Il viaggiatore, anziché tirarle un calcio ed insultarla come farebbe chiunque originario del luogo, ascolta pensieroso. Sì, ha pensato la vecchia, è lui. Il druido è venuto a sgominare la banda che imperversa nella zona. E la vecchia, senza alcun dubbio mandata dalla banda, cerca di sgozzarlo. Ha! Visenna! Non sono un ottimo investigatore? »

Visenna non rispose. Aveva la testa girata verso la finestra. Vide il suo uccello variopinto – le membrane traslucide delle vesciche di pesce non costituivano un ostacolo alla sua vista – seduto su un ciliegio.

« Visenna? »

« Ti ascolto. »

« Cos’è un Koshchey? »

« Korin, » disse bruscamente Visenna, voltandosi verso di lui. « Perché non eviti di impicciarti degli affari altrui? »

« Ascolta », rispose con calma. « Ci sono già impicciato negli affari altrui, come li chiami tu. Perché a quanto pare hanno cercato di ammazzare me invece che te. »

« Semplice coincidenza. »

« Pensavo che i maghi non credessero alle coincidenze, che solo l’attrazione magica, intesse una varietà di eventi e cose del genere. Nota che siamo sullo stesso cavallo. Fatto e metafora al tempo stesso. In parole povere… ti offro il mio aiuto nella missione, di scoprire cos’è e di fermarlo. Mi rifiuto di trattare, come segno d’arroganza. Ho sentito che voi, del Circolo, trascurate parecchio i beni terreni. »

« È una menzogna. »

« Ma è ciò che dicono », disse Korin con un sorriso. « Per cui, non perdiamo altro tempo. Andiamo alla forgia. »


IV[modifica | modifica wikitesto]

Mikula prese solidamente l’asta con delle pinze e la portò nelle fiamme. « Soffia, Czop! » ordinò.

L’assistente si aggrappò alla leva del mantice. Il suo viso paffuto brillava di sudore. Nonostante la porta spalancata nella forgia c’era un caldo insopportabile. Mikula mise l’asta su un’incudine, e ne appiattì la cima con alcuni forti colpi di martello.

Anche Radim Stelmach, seduto su un ciocco di betulla grezzo, sudava visibilmente. Si sbottonò la camicia e si tirò su i calzoni.

« Parli bene, Mikula », disse. « Non si può nascondere il passato. Sanno tutti che non sei alla forgia da sempre. A quanto pare prima battevi le teste, non il ferro. »

« Già, e dovresti essere contento di poter stare nella nostra squadra », disse il fabbro. « Dopo la seconda volta lo giuro, non voglio più fare parte di quel giro. E nemmeno agire per conto loro. Non venite con me, farò da solo, perché ho sangue nelle mie vene, non birra. Riempiremo la foresta di trappole, la ripuliremo pian piano, come dagli scarafaggi. Quanti sono? Una trentina? Forse nemmeno. Poi non c’è un villaggio sul lato distante del passo? Con contadini in forze? Soffia, Czop! »

« Sto soffiando! »

« Più forte! »

Il martello batté sull’incudine ritmicamente, in modo quasi melodioso. Czop soffiò il mantice. Radim si sporcò le dita, e se le pulì sullo stivale.

« Parli bene », ripeté. « E quanti arriveranno da Klucz? Là il fabbro ha solo un martello, nient’altro. »

« Ci ho pensato a lungo », disse Stelmach. « Non verrà nessuno. »

« Klucz è solo un piccolo villaggio. Ci ho dato un’occhiata dai campi di granturco nelle vicinanze. »

« Sì, e ho fatto qualche domanda in giro. E vi dirò. Senza i soldati da Mayena la gente non muoverà un dito. Alcuni lo dicono: ma ci servono quei vran, quei bobolak, possiamo arrivare al crocevia che si dirama in tre direzioni, ma cosa facciamo una volta arrivati al Koshchey? Dovremo fuggire nella foresta. E le capanne, con dentro i nostri averi? Le dovremo abbandonare. Se il Koshchey non è un nemico alla nostra portata, non lo è neanche del mondo. »

« Come fai a dirlo?! Chi l’ha visto?! » Gridò il fabbro. « E forse non è un Koshchey? Del resto come si può dare credito a un pugno di montanari? Chi l’ha visto? »

« Basta cianciare, Mikula », disse Radim chinando il capo. « Sai bene, che i mercanti non hanno affidato la loro protezione a dei bravacci, hanno mandato guardie armate e corazzate di tutto punto, e in buon numero. Qualcuno di loro ha forse fatto ritorno? Neanche uno. No, Mikula. Ti dico che dobbiamo aspettare. Se arriveranno rinforzi da Mayena, allora sarà un’altra cosa. »

Mikula appoggiò il martello, e rimise l’asta nelle fiamme.

« Non arriverà un cavolo da Mayena, » disse cupamente. « Quelli sono troppo impegnati ad accopparsi tra di loro. Mayena e Razwan. »

« Per quale motivo? »

« Perché sono fatti così, e gli illustri signori se le danno di santa ragione?! Starmene con le mani in mano, a far niente, mi fa arrabbiare, e intanto ci sfruttano! » Gridò il fabbro. « Sapevamo che saremmo giunti a questo! Perché diavolo dobbiamo pagarli, quei vermi? »

Afferrò l’asta dalle fiamme, sollevando scintille, che si dispersero poi nell’aria. Czop saltò indietro. Mikula prese il martello, batté una, due, tre volte.

« Ho mandato il mio ragazzo, a chiedere aiuto al Circolo locale. Ai druidi. »

« I maghi? » Chiese Stelmach incredulo. « Mikula? »

« Proprio così. Ma non è ancora tornato. »

Radim scosse la testa, si alzò in piedi, tirandosi su i calzoni.

« Non so, Mikula, non so. Non stare così, a scervellarti. Possiamo solo aspettare. Intanto finiamo il lavoro e andiamo, devo… »

Dal cortile della forgia si levò il nitrito di un cavallo.

Il fabbro rimase immobile con il martello sollevato sull’incudine. Stelmach strinse i denti, impallidito. Mikula, notando che gli tremavano le mani, se le ripulì su un grembiule di pelle. Non servì. Deglutì e camminò verso l’uscita, da cui si distinguevano chiaramente le forme dei cavalieri. Radim e Czop lo seguirono, restando nelle retrovie. Uscendo, il fabbro si piegò oltre la soglia.

Vide sei cavalieri, con indosso armature a piastre puntute, cotte di maglia, elmi di pelle, con visiere d’acciaio, che formavano una linea retta di metallo tra gli enormi occhi color rosso rubino che occupavano metà dei loro volti. Sedevano immobili sui cavalli, quasi con noncuranza. Mikula, fissandoli uno a uno, notò le loro armi – lance corte dalla lama larga. Spade dalla guardia incisa di forme inusuali. Berdiche. Ronconi.

Due di loro stavano davanti all’entrata della forgia. Un vran alto su un cavallo grigio bardato con drappeggi verdi ed il simbolo del sole sull’elmo. E il secondo…

« Madre mia », sussurrò Czop alle spalle del fabbro. Sporcandosi.

Il secondo cavaliere era un uomo. Indossava un mantello scuro, come i vran, ma dalla parte frontale dell’elmo a forma di becco lo fissavano occhi azzurri – non rossi. Nei suoi occhi si annidava una crudeltà fredda e imperturbabile, che trasmise a Mikula una terribile sensazione di paura, nauseante, che lo penetrò fino alle viscere. Ma mantenne la calma.

Il fabbro udì il rumore di mosche che svolazzavano su una pila di letame dietro alla staccionata.

L’uomo dall’elmo a forma di becco prese parola.

« Chi di voi è il fabbro? »

Era una domanda retorica, il grembiule di pelle e la postura di Mikula lo tradirono a prima vista. Il fabbro non disse nulla. Notò una rapida occhiata, che l’uomo lanciò ad uno dei vran.

Il vran si piegò sulla sella e iniziò ad agitare il suo roncone che teneva a metà del manico. Mikula si riparò istintivamente, incassando la testa tra le braccia. Il colpo non era destinato a lui. La lama colpì Czop al collo e tagliò obliquamente in profondità, devastando la clavicola e le vertebre. Il ragazzo incespicò contro il muro della forgia, inciampò sul palo della porta e cadde a terra all’ingresso.

« Ve lo chiedo di nuovo », ripeté l’uomo dall’elmo a forma di becco, senza staccare gli occhi da Mikula. La sua mano guantata sfiorò l’accetta che penzolava dalla sua sella. I due vran, più lontani, strofinarono delle pietre focaie, accesero delle torce ricoperte di resina, e le distribuirono agli altri.

Camminarono con calma, senza affrettarsi, circondando la forgia, avvicinando le torce al tetto di paglia. Radim non resse. Si coprì il volto con le mani, singhiozzando, e corse dritto tra due cavalli. Quando raggiunse il vran alto, un cavaliere armato di lancia lo colpì con impeto allo stomaco. Stelmach ululò, cadendo, si dimenò e tirò dei calci. Poi rimase immobile.

« Ebbene, Mikula, o comunque ti chiami », disse l’uomo. « Sei rimasto solo tu. Cosa credevi di fare? Di montare una ribellione, chiedere aiuti dall’esterno? Pensavi che non l’avrei scoperto? Sei uno stupido. In ogni villaggio c’è qualcuno che ci informa, che vuole entrare nelle nostre grazie. »

Il tetto della forgia scricchiolò, crepitò, del fumo giallo sporco si sollevò, e infine crollò tra le fiamme ruggenti, sollevando tizzoni e togliendo il fiato per il calore.

« Il tuo apprendista, ha cantato, là dove lo abbiamo portato. Per questo, gli aiuti che dovevano giungere da Mayena, stanno ancora aspettando », continuò l’uomo con l’elmo a forma di becco. « Sì, Mikula, hai ficcato il tuo naso rognoso dove non avresti dovuto. Ma sarai presto in guai seri. A pensarci, vale la pena impalarti. Ci sono dei pali decenti nelle vicinanze? O ancora meglio: ti appenderemo a testa in giù dal portone del granaio e ti scorticheremo come un’anguilla. »

« D’accordo, ora basta con questi discorsi », disse il vran alto con il simbolo del sole sull’elmo, gettando la sua torcia all’interno della forgia. « Presto arriverà tutto il villaggio. Falla finita con lui, prendiamo i cavalli e andiamocene. Da dove nasce, in voi umani, la passione di torturare, di infliggere tormento? Per di più, non necessario? Su, finiscila. »

L’uomo non si girò verso il vran. Si piegò sulla sella, spingendo il cavallo contro il fabbro.

« Entra », disse. Nei suoi occhi chiari brillava un bagliore omicida. « Gettati nel fuoco. Non ho tempo, per scorticarti come voglio. Ma almeno posso cuocerti. »

Mikula fece un passo indietro. Sulla schiena sentiva il calore della forgia in fiamme, e lo scricchiolio delle travi. Un altro passo. Inciampò sul corpo di Czop e sull’asta che, cadendo, aveva trascinato con se.

L’asta.

Il fabbro si piegò rapidamente, afferrò la pesante asta di ferro e drizzandosi da terra, con la forza di tutto l’odio che provava, lanciò l’asta al petto dell’uomo. La lama lavorata penetrò la sua cotta di maglia. Mikula non aspettò che l’uomo desse ordini ai cavalieri. Rotolò in avanti, attraversando in diagonale il cortile. Dietro di lui udiva grida e scalpiccii. Raggiunse la legnaia, le sue dita afferrarono un candeliere appeso al muro, quindi si girò di scatto, colpendo alla cieca. Il colpo finì dritto nella bocca del cavallo bianco dalla bardatura verde. Il cavallo si impennò, facendo cadere nella sabbia il cavaliere vran con il simbolo del sole sull’elmo. Mikula si chinò, rabbrividendo, mentre la lancia corta colpì il muro della legnaia. Un secondo vran, impugnando la spada, spronò il cavallo per evitare il colpo sibilante del candeliere. Altri tre lo caricarono, urlando, con le armi in pugno. Mikula sbuffò, circondato dalla terrificante mischia, armato solamente con un pezzo pesante di metallo. Attaccò ancora, colpendo un altro cavallo, che nitrì e pestò sulle zampe posteriori. Il vran rimase in sella.

Al di sopra della staccionata, dalla foresta, volò un cavallo, e saltò come una molla, andandosi a scontrare con il cavallo grigio con la bardatura verde. Il cavallo lo evitò, agitandosi e facendo cadere il vran alto, che cercava di controllarlo. Mikula, non credendo ai propri occhi, vide il nuovo cavaliere dividersi in due – in un ragazzo con il cappuccio, curvo sul collo del cavallo, e in un uomo biondo con la spada, seduto più dietro.

La lunga lama affilata della sua spada descrisse due semicerchi, entrambi fulminei. Due dei vran caddero dalle loro selle, finendo a terra in una nuvola di polvere. Il terzo, che aveva appena raggiunto la legnaia, si girò in modo strano e ricevette un colpo sotto il mento, appena sopra la corazza d’acciaio. La lama brillò, trapassando il collo in un istante. L’uomo dai capelli chiari scese dal cavallo con un balzo e corse lungo il cortile, tagliando il vran alto dal suo cavallo. Il vran impugnò la sua spada.

Il quinto vran era rimasto in mezzo al cortile, cercando di controllare il suo cavallo, che si avvicinava alla forgia in fiamme. Si guardò attorno esitante, con la berdica in pugno. Infine gridò, spronando le redini, e afferrò la criniera del cavallo per evitare di cadere. Mikula vide il ragazzo togliersi il cappuccio, e strapparsi la fascia dalla sua testa, capendo allora quanto si era sbagliato. La ragazza scosse la chioma di capelli rossi e gridò in modo incomprensibile, ed allungò la mano verso il vran alla carica. Dalle sue dita si sprigionarono sottili raggi luminosi chiari come mercurio. Il vran perse l’equilibrio, descrivendo un ampio arco in volo, e cadendo nella ghiaia. I suoi vestiti erano fumanti. Il cavallo, pestando con tutti e quattro gli zoccoli, nitrì, scuotendo la testa.

L’alto vran con il simbolo del sole sull’elmo si ritirò lentamente verso la parete della forgia in fiamme, piegato, le mani – con la spada nella mano destra – allungate in avanti. L’uomo dai capelli chiari lo raggiunse con un balzo, colpendolo due volte. La spada del vran volò a lato, e subito dopo anche lui, la sua testa in avanti, impalata dalla lama. L’uomo dai capelli chiari fece un salto indietro, tirando la lama della sua spada. Il vran cadde in ginocchio, piegato, sprofondando faccia a terra.

La ragazza dai capelli rossi che aveva sprigionato i fulmini dalla sella scese a carponi, e si mise a cercare le armi. Mikula si riprese dalla sorpresa, fece qualche passo in avanti, alzando il candeliere, e chinò il capo. Aveva un osso rotto.

« Non necessario », sentirono vicino a loro.

La ragazza con abiti maschili era lentigginosa e aveva occhi verdi. Sulla sua fronte brillava uno strano cristallo.

« Non necessario », udirono di nuovo.

« Siete stata grande, mia signora », balbettò il fabbro tenendo l’asta come un’alabarda. « Ma la forgia… è bruciata. Hanno ammazzato il ragazzo, questi banditi. E Radim. Banditi, ladri. Mia signora… »

L’uomo dai capelli chiari si girò tirando un calcio al corpo del vran alto, gli lanciò un’occhiata, poi si avvicinò, rinfoderando la spada.

« Beh, Visenna », disse, « ora la faccenda è seria. In effetti, sono preoccupato, se ho infilzato qualcuno che ti serviva vivo. »

« Sei un fabbro, Mikula? » Chiese Visenna sollevando la testa.

« Sì. E voi, illustri, venite dal circolo dei Druidi? Da Mayena? »

Visenna non rispose. Fissò al limitare della foresta, da dove li stava raggiungendo una folla.

« La mia gente », disse il fabbro. « Da Klucz. »


V[modifica | modifica wikitesto]

« Erano in tre! » tuonò l'uomo dalla barba nera di Porog, agitando il manico della falce. « Erano in tre, Mikula! Ci hanno portati nei campi… siamo riusciti a malapena a fuggire, uno è stato ammazzato da un cavaliere, figlio di puttana! »

I suoi uomini, ammassati in una radura all’interno di un cerchio di focolai, punteggiavano il nero cielo notturno di scintille, grida, stridii, agitando le loro armi. Mikula alzò le mani, in silenzio, volendo sentire il resto della relazione.

« Sono arrivati da noi quattro, ieri notte », disse un vecchio, magro come uno stelo. « Ma volevano me. Volevano qualcuno da far parlare per scoprire le tue intenzioni, fabbro. Siamo usciti dalla stalla, e poi rientrati con la scala, abbiamo impugnato i forconi, li abbiamo colti di sorpresa, hanno gridato, quei cani, mentre li infilzavamo, ah, se hanno gridato. Ma hanno incendiato la stalla, immagino che avrebbe dovuto essere per me, ma la mia gente non è stata vigliacca, ci siamo avvicinati al gruppo. Abbiamo trapassato quei cavalieri. Due di loro sono morti, ma il terzo era solo un po’ malconcio. »

« È vivo? » chiese Mikula. « Ci serve vivo, perché possa parlare. »

« Ehm », borbottò il magro. « Non proprio. Una vecchia ha preso un secchio di acqua bollente, e gliel’ha versata sopra… »

« L’ho sempre detto, che le vecchie dovrebbero sbollentare solo le anatre », borbottò il fabbro, grattandosi la nuca. « E cos’ha detto? »

« Ha imprecato », rispose il magro, senza entrare nei dettagli.

« Bene. Ascoltate tutti, ora. Sappiamo già dove si nascondono gli altri. Ai piedi della montagna, poco dopo le capanne, ci sono caverne naturali nella roccia. Là si nascondevano dei rapinatori a suo tempo. Caricheremo fieno e sterpi sui carri, li staneremo come tassi. Se recintiamo la zona, non fuggiranno. Giurate di combattere, come il signore cavaliere, qui, di nome Korin. Ah, ed io, come sapete, facevo il soldato. Assieme al voivoda Grozim schiacciammo i vran ai tempi della guerra, e adesso risolveremo il problema di Klucz una volta per tutte. »

Un forte grido di guerra si sollevò dalla folla numerosa, ma si mutò rapidamente in parole prima pronunciate piano, ed esitanti. Poi più forti. Infine, fu il silenzio.

La folla scemò lentamente, ma mormorava ancora.

« Lei è la signora Visenna », disse piano Mikula. « Dal Circolo di Mayena. È corsa ad aiutarci alla prima richiesta. Lo sanno bene gli abitanti di Klucz, che lei ha guarito con il suo potere. Sì, amici. La signora è minuta, ma il suo potere è grande. Vedere anche solo metà del suo potere è terrificante, ma adesso sarà usato per aiutarci! »

Visenna non disse una parola, e non fece alcun gesto verso la folla. Ma il potere nascosto della piccola maga lentigginosa era incredibile. Korin provava una strana sensazione di stupore, di entusiasmo, e subito dopo di paura di quella cosa, di ciò che stava sul passo, la paura della sorte delle persone scomparse, che svanì, cessò di esistere, perse validità, guardando il cristallo sulla fronte di Visenna.

« Quindi vedete », proseguì Mikula, « è così che troveremo il Koshchey. Ma non ci andremo subito, non disarmati. Quindi prima dovremo scannare quei banditi! »

« Mikula ha ragione! » concordò l’uomo barbuto da Porog. « Andiamo, magia o no! Al passo, ragazzi! E morte al Koshchey! »

La folla ruggì all’unisono, le fiamme dei focolai brillavano sulle lame di falci, zappe, asce e forconi.

Korin sgusciò tra la folla, ritirandosi nella foresta, ad un fuoco sul quale era appesa una pentola ed un cucchiaio. Raschiò dal fondo la zuppa d’avena bruciata con lardo. Si sedette, con la pentola tra le ginocchia, mangiando con calma, sputando la buccia dei chicchi d’orzo. Un istante dopo avvertì una presenza.

« Siediti, Visenna », disse a bocca piena.

Continuò a mangiare, dando un’occhiata al suo profilo, i suoi capelli rossi immersi nella semioscurità erano come una cascata di sangue alla luce del fuoco. Visenna rimase in silenzio, fissando le fiamme.

« Ehi, Visenna, perché starcene seduti come due gufi? » disse Korin mettendo giù la pentola. « Io non ce la faccio, mi rende triste e freddo. Dove nascondono l’acquavite? Qui ci sono solo bicchieri, che peste li colga. Ed è buio come… »

La druida si girò verso di lui. I suoi occhi brillavano di uno strano alone verdastro. Korin si zittì.

« Sì. È vero », disse dopo un momento, tossicchiando, « sono un ladro. Un mercenario. Un rapinatore. Mi ci sono messo in mezzo, perché mi piace combattere, non importa chi si deve scannare. Conosco il prezzo del diaspro, della giada e degli altri minerali che continuano ad affluire dalle miniere degli Amell. Voglio una fetta della torta. Non mi importa quante persone moriranno domani. Cos’altro vuoi sapere? Te lo dirò io, non è necessario usare l’amuleto sotto la pelle di serpente. Non ti nasconderò niente. Hai ragione, non sono come te e non condivido questa nobile missione. È tutto. Buona notte. Me ne vado a dormire. »

Contrariamente alle sue parole, non si alzò. Si limitò a prendere un bastoncino e smosse varie volte le braci.

« Korin », disse Visenna piano.

« Sì? »

« Non andare. »

Korin chinò il capo. Lanciò dei rami di betulla nel fuoco, sprigionando fiamme bluastre. La guardò, ma non poté reggere la vista dei suoi occhi brillanti. Girò la testa verso il fuoco.

« Non dobbiamo aspettarci troppo », disse Visenna, avvolgendosi in un mantello. « Sì, è vero, siamo inusuali, incutiamo paura. E ribrezzo. »

« Visenna… »

« Non interrompermi. Sì, Korin, quella gente ha bisogno del nostro aiuto, ce ne sono grati, spesso lo sono davvero, ma ci aborre, ci teme, non ci guarda negli occhi, ci sputa alle spalle. I più saggi, come te, sono i più onesti. Non sei solo, Korin. Sento da molta gente che non si considerano degni di sedersi con me accanto al fuoco. E finisce che è a noi che serve l’aiuto di persone… normali. Della loro compagnia. »

Korin rimaneva in silenzio.

« Lo so », proseguì Visenna, « sarebbe più facile se avessi una barba grigia lunga fino al torace ed un naso adunco. Allora il tuo disgusto per la mia persona non ti causerebbe tanta confusione. Sì, Korin, disgusto. L’amuleto che porto sulla fronte, il calcedonio… devo ad esso molto del mio potere. È vero, con l’aiuto del calcedonio, riesco a leggere i pensieri più chiaramente. I tuoi sono fin troppo chiari. Non ho bisogno di starmene comodamente seduta per terra. Sono una maga, una strega, ma a parte questo una donna. Ero venuta qui perché volevo dormire con te. »

« Visenna… »

« No. Adesso non mi va più. »

Sedevano in silenzio. L’uccello variopinto, su un ramo nell’oscurità, era spaventato. Nei boschi volavano dei gufi.

« Parlare di disgusto », disse infine Korin, « è esagerato. Ammetto, comunque, che hai svegliato in me una specie di… ansia. Non avresti dovuto lasciarmi guardare quello spettacolo, al crocevia. Il cadavere, ricordi? »

« Korin », disse con calma la maga. « Quando alla forgia hai sgozzato quel vran con la spada, ho quasi vomitato sul cavallo. Ho avuto difficoltà a trattenerlo in sella. Ma lasciamo perdere le nostre specialità. Finiamo questa conversazione che non porta da nessuna parte. »

« Finiamola, Visenna. »

La maga si avvolse stretta nel mantello. Korin gettò un paio di rami nel fuoco.

« Korin? »

« Sì? »

« Vorrei che non fossi indifferente, su quante persone moriranno domani. Persone e… ed altri. Conto sul tuo aiuto. »

« Ti aiuterò. »

« Non è tutto. Il problema è il passo. Devo aprire la strada per Klamat. »

Korin fissò la punta incandescente del bastone, la folla aveva già circondato gli altri fuochi, dormendo o parlando a bassa voce.

« Con il nostro grande esercito », disse, « non dovremmo avere problemi. »

« Il nostro esercito correrà a casa, una volta che avrò finito i miei trucchi magici », disse Visenna sorridendo cupamente. « E io non li ingannerò. Non voglio che nessuno muoia combattendo, e non per questa causa. Ed il Koshchey non è un loro problema, è solo un problema del Circolo. Andrò al passo da sola. »

« Non farlo. Non si va da soli », disse Korin. « Ci andremo assieme. Visenna, io, fin da ragazzo, ho imparato quando c’è da correre, e quando è ancora troppo presto per attaccare. Con anni di pratica questa conoscenza è migliorata e quindi la gente mi considera coraggioso. Non esporrò il mio punto di vista. Non servono i trucchi magici con me. Prima vediamo com’è questo Koshchey. Per la cronaca, secondo te, cos’è, questo Koshchey? »

Visenna chinò il capo.

« Temo », disse infine, « che sia la morte. »


VI[modifica | modifica wikitesto]

Gli altri non si fecero sorprendere nella caverna. Aspettavano in sella, immobili, irrigiditi, fissando le fila di contadini armati provenienti dalla foresta. Il vento scompigliava le loro giacche, facendoli assomigliare ad uccelli rapaci emaciati dalle penne arruffate, minacciosi, che incutevano soggezione e paura.

« Diciotto », contò Korin, in piedi sulle staffe. « Tutti a cavallo. Sei uomini. Ed un carro. Mikula! »

Il fabbro riorganizzò rapidamente la sua squadra. Uomini armati con picche e lance si chinarono ai margini dei cespugli, affondando le armi nel terreno. Gli arcieri si misero in posizione vicino agli alberi. Il resto si ritirò nel boschetto.

Uno dei cavalieri si diresse verso di loro, avvicinandosi. Fermò il cavallo e sollevò la mano sopra la testa, gridando qualcosa.

« È un trucco », borbottò Mikula. « Lo sapevo, figli di cani. »

« Vedremo », disse Korin, scendendo dalla sella. « Andiamo. »

I due si avvicinarono lentamente al cavallo. Poco dopo Korin vide che Visenna li seguiva.

Il cavaliere era un bobolak.

« Parlerò brevemente », gridò, senza scendere da cavallo. I suoi occhietti brillarono luminosi mezzi nascosti dalla peluria che ricopriva il suo volto. « Attualmente sono il capo del gruppo che vedete là. Nove bobolak, cinque uomini, tre vran, un elfo. Gli altri sono morti. C’è stata un’incomprensione tra di noi. Il nostro capo precedente, le cui idee ci hanno portato a questo punto, è nella caverna, legato. Fate di lui ciò che volete. Noi vogliamo andarcene. »

« In effetti il discorso è stato breve », sbuffò Mikula.

« Voi volete andarvene. E noi vogliamo sbudellarvi. Che ne pensate? »

I denti appuntiti del bobolak scintillarono, mentre irrigidiva sulla sella la sua forma.

« Pensate che vorremmo negoziare con voi, in preda alla paura, branco di merdosi straccioni? Fatevi sotto, se volete, ci lanceremo alla carica tra le vostre interiora. È il nostro lavoro, uomo. Conosco i rischi. Anche se una parte di noi morirà, il resto se ne andrà. Così è la vita. »

« Il carro non passerà », sibilò Korin. « Così è la vita. »

« Lo prenderemo in considerazione. »

« Cosa c’è sul carro? »

Il bobolak sputò sopra la spalla destra.

« Un ventesimo di quello che c’era nella caverna. Voglio mettere le cose in chiaro: voi ci dite di lasciare il carro, noi non siamo d’accordo. Se dobbiamo uscire da questa situazione senza un soldo, preferiamo che non sia senza combattere. Beh, come la mettiamo? Se dovremo combattere, preferirei farlo di mattina, prima che il sole inizi a bruciare. »

« Hai fegato », disse Mikula.

« Come tutti quelli della mia stirpe. »

« Vi lasceremo andare, se voi ci lascerete le armi. »

Il bobolak sputò di nuovo, per cambiare, sopra la spalla sinistra.

« E sia », scattò rapidamente.

« Non è una cattiva idea », rise Korin. « Senza armi non valete niente. »

« E tu quanto vali senza un’arma? » Chiese il nano senza emozioni. « Quanto un principe? Lo capisco, che c’è qualcosa sotto. Pensi che sia cieco? »

« Con le spade ancora in mano vostra tornereste anche domani », disse Mikula lentamente. « Se davvero resta qualcosa nella caverna, come dici. Cercando un profitto ancora più grande. »

Il bobolak ghignò.

« Era una bella idea. Ma l’ho abbandonata dopo una breve discussione. »

« Molto saggio », disse Visenna all’improvviso, alzandosi di fronte a Korin, davanti al cavallo. « Molto saggio che ti rassegni, Kehl. »

A Korin sembrò che il vento fosse aumentato, che ululasse tra le rocce e sull’erba, sferzando freddo. Visenna continuò con una voce non sua, metallica:

« Ognuno di voi, che cercherà di tornare indietro, morirà. Lo vedo, posso prevederlo. Andatevene immediatamente. Immediatamente. Ricordate. Se qualcuno cercherà di tornare, morirà. »

Il bobolak si piegò e fissò la maga dal collo del suo cavallo. Non era giovane – la peluria era quasi grigia, screziata da strisce bianche.

« Sei tu? Lo immaginavo. Sono lieto che… Non importa. Ho detto che non torneremo. Ci siamo uniti a Fregenal su ricompensa. Ora è finita. Ora il Circolo avrà la sua testa e tutti gli altri villaggi la pace, e Fregenal ha finito di farneticare sul dominio del mondo intero. Ci siamo stancati di lui e del suo spauracchio del passo. »

Spronò le redini e girò il cavallo.

« Ma perché parlarne? Ho già detto che ce ne andiamo. Addio e lunga vita. »

Nessuno rispose. Il bobolak esitò, fissò i bordi della foresta, e si voltò indietro osservando il numero stazionario dei suoi cavalieri. Si piegò sulla sella e fissò Visenna negli occhi.

« Ero contrario ad attaccarti », disse. « Ora mi rendo conto che avevo ragione. Se ti dicessi che il Koshchey è la morte, andresti al passo, giusto? »

« Giusto. »

Kehl si raddrizzò, gridò, e si lanciò al galoppo. Poco dopo, una colonna diritta di cavalieri, circondando il carro, si incamminava verso la strada. Mikula stette lì, a bocca aperta, calmato dall’uomo barbuto di Porog dalla sete di sangue e vendetta. Korin e Visenna fissarono in silenzio l’allontanamento del loro gruppo. Gli altri procedevano lentamente, fissando davanti a loro, dimostrando un disprezzo calmo e freddo. Solo Kehl, oltrepassandoli, alzò la mano in segno d’addio, con uno strano ghigno ed un’occhiata diretti a Visenna. Poi spronò le redini, si portò in testa alla colonna, e sparì tra gli alberi.

VII[modifica | modifica wikitesto]

Il primo corpo giaceva all’entrata della caverna, soffocato, infilato tra i sacchi di avena e un mucchio di sterpaglie. Il corridoio si diramava, e davanti alla biforcazione giacevano altri due cadaveri – uno quasi decapitato da un randello o un’arma contundente, l’altro coperto di sangue secco da molte ferite. Erano tutti uomini.

Visenna si tolse la fascia dalla fronte. Il cristallo brillava, emettendo più luce delle torce, illuminando l’interno oscuro della cavità. Il corridoio li portò in una caverna più grande. Korin fischiò sommessamente tra i denti. Le pareti erano rinforzate da casse, sacchi e barili, finimenti per cavalli ammassati, balle di lana, armi, utensili. Molte casse erano rotte e vuote. Altre erano piene. Voltandosi, Korin vide mucchietti smerigliati di diaspro, pezzi scuri di giada, agate, opali, crisoprasi ed altri minerali, che non conosceva. Sul pavimento roccioso, sparsi qua e là, brillavano i riflessi di monete d’oro, d’argento e di rame, gettate alla rinfusa, e ciuffi di pelo – di castori, linci, volpi, ghiottoni.

Visenna, senza fermarsi un istante, cercava in altre caverne, più piccole, oscure. Korin la seguì.

« Eccomi qui », disse la figura scura, indistinta, seduta su una pila di stracci e pelli che coprivano il pavimento.

Si avvicinarono. L’uomo legato era basso, calvo e corpulento. Un’enorme livido copriva metà del suo volto.

Visenna toccò il cristallo, il calcedonio brillò più luminoso per un istante.

« Non è necessario », disse imbarazzato. « Ti conosco. Ma ho scordato il tuo nome. So cosa porti sulla fronte. Non è necessario, ti dico. Mi hanno aggredito mentre dormivo, mi hanno preso l’anello, hanno distrutto la mia bacchetta. Non ho potere. »

« Fregenal », disse Visenna. « Sei cambiato. »

« Visenna », mormorò lui. « Ora ricordo. Pensavo che sarebbe arrivato un uomo, quindi ho inviato Manissa. Un uomo, Manissa lo avrebbe potuto affrontare. »

« Evidentemente no », esordì Korin, guardandosi intorno. « Ma bisogna rendere omaggio ai defunti. Ha fatto del suo meglio. »

« Peccato. »

Visenna guardò la caverna e, dirigendosi verso un angolo, smosse alcune pietre, rivelando sotto di esse un vaso di terracotta legato con una pelle lavorata. Fregenal la fissò minacciosamente.

« Prego, fai pure », disse con una voce tremante di rabbia. « Che talento, congratulazioni. Possiamo trovare gli oggetti nascosti. Cos’altro sappiamo fare? Leggere gli intestini di pecora? Curare il gonfiore delle giovenche? »

Visenna sfogliò le carte una dopo l’altra, senza prestargli attenzione.

« Interessante », disse dopo un istante. « Undici anni fa, quando fosti espulso dal Circolo, strappasti alcune pagine dei Libri Proibiti. Beh, eccole qui, e per giunta arricchite da commenti. Pare che tu abbia avuto il coraggio di usare la Doppia Croce di Alzur, no, no. Non penso che ti ricordi com’è finito Alzur. Svariate sue creature continuano con certezza ad infestare il mondo, inclusa l’ultima: il Viy, che lo massacrò e distrusse mezza Maribor, prima di fuggire nelle foreste di Zarzecsu. »

Fece diverse pergamene in quattro, poi se le mise in una tasca della manica. Ne sfogliò ancora.

« Oh », disse, aggrottando le ciglia. « Modello Ramificato, leggermente modificato. E qui c’è il Triangolo dentro al Triangolo, un modo per evocare una serie di mutazioni e massicci aumenti di peso. E di cosa ti sei servito per ottenere quel risultato, Fregenal? Cos’è questa cosa? Sembra un legame normale. Fregenal, qui manca qualcosa. Sai cosa intendo, spero? »

« Sono lieto che tu l’abbia notato », ghignò il mago. « Un legame normale, dici? Quando questo legame normale uscirà dal passo, il mondo rimarrà senza parole dal terrore. Ma per poco. E poi inizierà a gridare. »

« Bene, bene. Dove sono gli incantesimi che mancano? »

« Da nessuna parte. Non volevo che cadessero nelle mani sbagliate. Specialmente nelle tue. So bene che tutto il Circolo sogna un potere di cui potersi fregiare, ma non avrà mai niente di tutto ciò. Fallirebbe nel creare qualunque cosa pericolosa anche solo la metà del mio Koshchey. »

« Sembra che tu sia stato colpito in testa, Fregenal », disse Visenna con calma. « E a questo si può attribuire la tua abilità non del tutto ripresa di pensare. Chi ha parlato di creare? Il tuo mostro dovrà essere distrutto, eliminato. Un modo semplice, d’altro canto è un incantesimo di legame, il risultato di specchi. Naturalmente, l’incantesimo di legame è stato sintonizzato sulla bacchetta, quindi potrò percepire gli avvertimenti sul mio calcedonio. »

« Parli tanto di “dover fare” », sbottò il corpulento. « Puoi sederti lì e stare ad aspettare fino al giorno del giudizio, signorina so tutto io. È ridicolo, ti aspetti davvero che ti rivelerò la magia di legame? Non saprai nulla da me, vivo o morto. Ho generato un blocco. Smettila di fissarmi così, o finirai per fare un buco sulla parete. Se non vi dispiace, slegatemi, ho le mani intorpidite. »

« Se vuoi posso tirarti qualche calcio », sorrise Korin. « Quello riattiverà la circolazione. Sembra che tu non capisca la tua posizione, testa rasata. Stai per cadere nelle mani di questi contadini, che ti arrostiranno e ti strapperanno con quattro cavalli. Non sai come funziona? Prima, ti spezzano le mani. »

Fregenal irrigidì il collo, lo fissò e cercò di sputare sugli stivali di Korin, ma dalla posizione in cui era situato fu difficile – sporcandosi solo la barba.

« Al diavolo te e le tue minacce! » sbottò. « Non dirò niente! Cosa accidenti pensavi di fare, vagabondo? Ti sei impicciato in affari più grandi di te! Chiedile cosa c’è qui! Visenna! Guarda come pensa che tu sia una nobile salvatrice degli oppressi, combattente per il benessere dei poveri! E qui c’è tutto il denaro, cretino! Un sacco di denaro! »

Visenna restò in silenzio. Fregenal scattò, fece scricchiolare le corde, e con fatica rotolò di lato, piegando le ginocchia.

« Non è forse vero », gridò, « che il Circolo ti ha inviata qui, per controllare la gallina, che aveva smesso di fare uova d’oro?! Perché il Circolo ottiene profitti dallo sfruttamento del diaspro e della giada, raccoglie tributi dai mercanti e dalle carovane in cambio di amuleti protettivi, che tuttavia, a quanto pare, non funzionano contro il mio Koshchey! »

Visenna non diceva niente. Non guardava l’uomo legato. Guardava Korin.

« Aha! » gridò il mago. « Non lo neghi neppure! Quindi sono informazioni di pubblico dominio. Una volta lo sapevano solo gli anziani, mentre nelle mocciose come te persisteva la credenza che il circolo è chiamato solo a combattere il male. Non mi sorprende. Il mondo cambia, la gente inizierà a capire che si può fare anche senza i maghi e la loro magia. Anche tu, dato che sarai senza lavoro, costretta a vivere con quello che hai raccolto finora. Non ti importa niente, a parte i profitti. Ed ecco la soluzione immediata per me. Non mi ucciderai e non mi lascerai morire, perché esporrebbe il Circolo ad ulteriori perdite. E su questo il Circolo non transige, è chiaro. »

« Non è così chiaro », disse Visenna con freddezza, incrociando le braccia. « Vedi, Fregenal, gli arroganti, come me, non prestano molta attenzione ai beni terreni. Cosa me ne importa se il Circolo perde o guadagna, o cessa di esistere. Posso comunque continuare a trattare il gonfiore delle giovenche. O l’impotenza dei vecchi funghi come te. Ma non è importante. L’importante è che vuoi vivere, Fregenal, e per questa semplice ragione la tua lingua deve sciogliersi. Tutti vogliono vivere. Per cui, immediatamente, qui, seduta stante, mi dici la magia di legame. Poi mi aiuterai a trovare questo Koshchey e a distruggerlo. Altrimenti… beh, andrò nella foresta, a fare due passi. Poi potrò dire al Circolo che non sono riuscita a trattenere i contadini infuriati. »

« Sei sempre stata una cinica », disse il mago digrignando i denti. « Anche a Mayena. Specialmente con gli uomini. Avevi quattordici anni, e si era già detto molto sulla tua… »

« Andiamo, Fregenal », lo interruppe la druida. « Ciò che dici non mi fa alcun effetto. Né caldo né freddo. Non è il mio amante. Dì a loro che accetti. Facciamola finita con questo gioco. Dopotutto, sei d’accordo! »

Gli occhi di Fregenal brillarono biancastri, voltandosi.

« Certamente », gracchiò. « Pensi che sia un idiota? Tutti vogliono vivere. »


VIII[modifica | modifica wikitesto]

Fregenal si fermò, asciugandosi le mani sulla fronte.

« Ecco, dietro quella roccia, inizia la forra. Sulle vecchie mappe è indicato come Dur-tan-Orit, la Forra del Ratto. Questo cancello conduce a Klamat. Lasciamo qui i cavalli. A cavallo non ci possiamo avvicinare inosservati. »

« Mikula », disse Visenna, smontando da cavallo. « Aspettateci qui fino a sera, ma non oltre. Se non torniamo, non venite a cercarci in nessun caso. Tornate a casa. Intesi, Mikula? »

Il fabbro annuì. Con lui erano venuti solo quattro abitanti del villaggio. I più coraggiosi. Il resto si era disperso come la neve su una strada a maggio.

« Ho capito », mormorò, lanciando un’occhiata a Fregenal. « Comunque, mi meraviglia tutta questa fiducia. Penso che i miei compagni abbiano ragione. Avremmo dovuto staccargli la testa. Basta guardarlo, mia signora, in quegli occhi da porco, a quell’infido di uno stronzo. »

Visenna non rispose. Si coprì gli occhi con la mano, fissando le montagne, all’entrata della forra.

« Fai strada, Fregenal », commentò Korin, tirando le redini.

Si incamminarono.

Dopo mezz’ora di cammino videro il primo carro, abbattuto, distrutto. Ed un altro, con una ruota spezzata. Lo scheletro di un cavallo. Lo scheletro di un essere umano. Ed un secondo. Ed un terzo. Ed un quarto. Una pila. Una pila di ossa rotte e schiacciate.

« Figlio di puttana », disse piano Korin, fissando i teschi, attraverso le cui orbite si ergevano lunghi steli di ortiche. « I mercanti, vero? Non so cosa mi trattenga dal… »

« Ci siamo accordati… » lo interruppe prontamente Fregenal. « Ci siamo accordati. Ti ho detto tutto, Visenna. Vi aiuterò. Vi guiderò. Ci siamo accordati! »

Korin sputò. Visenna lo fissò, pallida in volto, poi si voltò verso il mago.

« Ci siamo accordati », confermò. « Mi aiuterà a trovarlo e a distruggerlo, poi andrà per la sua strada. La sua morte non riporterà in vita questi mercanti. »

« Distruggerlo, distruggerlo… Visenna, te l’ho già suggerito, e te lo ripeto, mandalo in letargo, paralizzalo, conosci le magie. Ma non distruggerlo. Vale una fortuna. Puoi sempre… »

« Smettila, Fregenal. Ne abbiamo già parlato. Facci strada. »

Proseguirono, evitando con cura gli scheletri.

« Visenna », sussultò Fregenal dopo un po’. « Conosci i rischi? Non è una passeggiata. Sai, l’effetto degli specchi è diverso a volte. Se l’inversione non funziona, ci attaccherà. Ho visto quello di cui è capace. »

Visenna si fermò.

« Non rigirare la frittata », disse. « Per chi mi prendi? L’inversione non funziona, se… »

« Se siamo stati ingannati », disse Korin con voce piena di rabbia. « E se ci hai ingannato… hai detto che hai visto ciò di cui è capace il tuo mostro. E sai di cosa sono capace, io? Di un affondo, in seguito al quale tutto ciò che resta è un orecchio, una guancia e mezza mascella. Puoi sopravvivere, ma non potrai più suonare il flauto. »

« Visenna, calma questo pazzo omicida », mormorò Fregenal, pallido in volto. « Spiegagli che non ho mentito, che non hai sentito… »

« Non parlare tanto, Fregenal. Facci strada. »

Videro altri carri. E altri scheletri. Sparsi, aggrovigliati, delle costole sporgevano dalle gabbie toraciche che biancheggiavano tra l’erba, accanto a teschi congelati in smorfie inquietanti. Korin rimaneva in silenzio, afferrando l’elsa della spada con la mano sudata.

« Attenti », avvertì Fregenal. « Siamo vicini. Avviciniamoci con cautela. »

« Da che distanza può reagire? Fregenal, sto parlando con te. »

« Vi farò un cenno. »

Continuarono a camminare, fissando le pareti della forra, ripide, tappezzate di cespugli dalle forme grottesche, segnate dalle striature dei calanchi e delle dune di sabbia.

« Visenna? Ora lo puoi sentire? »

« Sì. Ma vagamente. Da che distanza, Fregenal? »

« Ti farò un cenno. È un vero peccato che non possa aiutarti. Senza bacchetta e senza anello non posso fare niente. Sono impotente. A meno che… »

« A meno che cosa? »

« Questo! »

Con una velocità inaspettata per un uomo della sua stazza, raccolse una pietra appuntita e colpì Visenna alla nuca. La druida cadde in silenzio, atterrando di faccia. Korin attaccò con la spada sguainata, ma il mago era incredibilmente agile. Si lasciò cadere sulle mani e sulle ginocchia e, evitando la lama, si lanciò ai piedi di Korin, e senza mai abbandonare la pietra lo colpì al ginocchio. Korin gridò, cadendo, per un istante il dolore gli tolse il fiato, e poi lo raggiunse un’ondata di nausea dalla gola. Fregenal saltò come un gatto, cercando di colpire di nuovo.

L’uccello variopinto si lanciò in picchiata come un proiettile, sfiorando il mago in volto. Fregenal saltò all’indietro e, agitando le braccia, lasciò cadere la pietra. Korin, piegato sul gomito, agitò la spada, mancando di poco la gamba del corpulento, che si girò e corse verso la Forra del Ratto, gridando e ridacchiando. Korin cercò di alzarsi ed inseguirlo, ma cercando di sollevarsi da terra gli annebbiò la vista. Cadde nuovamente, riempiendo di insulti osceni il mago.

Fregenal si fermò, girandosi a fissarli da una distanza di sicurezza.

« Goffa strega! » gridò. « Lurido brigante! Volevate ingannare Fregenal? E concedermi la grazia? Pensavate che vi avrei guardato con calma uccidere la creatura? »

Korin, continuando ad imprecare, massaggiò il ginocchio, calmando il dolore lancinante. Visenna giaceva immobile. « Ecco! » gridò Fregenal. « Guardate! Godetevi il panorama, perché tra un secondo il mio Koshchey vi strizzerà gli occhi dal cranio! Sta arrivando! »

Korin si voltò. Da dietro dei massi, a cento passi da lui, emersero delle zampe di ragno con giunture bitorzolute. Un secondo più tardi, sul mucchio di massi spuntò un torace, largo almeno sei metri, piatto, del colore dell’argilla, duro e ricoperto di escrescenze spinose. Quattro paia di zampe iniziarono ad avanzare rapidamente, trascinando il corpo piatto sulle rocce. Il quinto paio di zampe era sproporzionatamente lungo ed armato di enormi chele con spine acuminate e spuntoni taglienti.

È tutto un sogno, pensò Korin. È un incubo. Svegliati. Grida e svegliati. Grida. Grida. Grida.

Ignorando il dolore al ginocchio, si lanciò verso Visenna, tirandola per il braccio inerte. I capelli della druida erano impregnati del sangue che colava dal suo collo.

« Visenna… » gemette con la gola paralizzata dalla paura. « Visenna… »

Fregenal esplose in una risata folle, la sua eco risuonava lungo le pareti della forra. La risata soffocò i passi di Mikula, che si avvicinava furtivo, con un’ascia nella mano. Fregenal lo vide troppo tardi. L’ascia lo colpì al petto, sopra i fianchi, e si piantò in profondità. Il mago cadde a terra con un grido di dolore, strappando l’ascia di mano dal fabbro. Mikula lo schiacciò, riprese l’ascia, colpì di nuovo. La testa di Fregenal rotolò dalla collina e si fermò, la sua fronte davanti ad uno dei teschi che giacevano sotto le ruote di un carro distrutto.

Korin zoppicò, incespicando sulle pietre, trascinando Visenna, inerte e soffice. Mikula li raggiunse rapidamente, afferrando la ragazza e mettendola sulle spalle, e si mise a correre. Korin, seppur libero dal peso, non riuscì a tenere il passo. Lanciò un’occhiata alle sue spalle. Il Koshchey avanzava rapidamente verso di lui, con le giunture scricchiolanti, schiacciando l’erba sottile, smuovendo i massi.

« Mikula! » gridò disperato Korin.

Il fabbro si guardò indietro, lasciò Visenna a terra, corse verso Korin, aiutandolo e correndo insieme. Il Koshchey accelerava, sollevando le zampe spinose.

« Non dire niente », disse Mikula a bocca aperta, guardando indietro. « Non fuggiremo… » Raggiunsero Visenna, sdraiata sulla schiena.

« Sanguina », gemette Mikula.

Korin si ricordò. Strappò la borsa di Visenna, gettando a terra il contenuto e, senza prestare attenzione agli altri oggetti, afferrò una pietruzza color ruggine, coperta di rune, spostò i capelli insanguinati di Visenna, e premette l’ematite sulla ferita. Il sangue smise immediatamente di fluire.

« Korin! » gridò Mikula.

Il Koshchey era vicino. Dalle zampe aperte, si aprirono delle zanne dentate. Mikula vide i suoi occhi roteare e masticare sotto le mascelle a forma di mezzaluna. Camminando goffamente, il Koshchey sibilava ritmicamente: « Tss, tss, tss… »

Korin non reagì, sussurrava, senza staccare l’ematite dalla ferita. Mikula lo raggiunse, strattonandolo, e allontanatolo da Visenna prese la druida tra le sue braccia. Continuarono a correre. Il Koshchey non smise un istante di sibilare, alzò le zampe, scosse le scaglie che formavano il suo ventre chitinoso e si lanciò in corsa verso di loro. Mikula si rese conto che non avevano alcuna speranza.

Dal fianco della Forra del Ratto corse a rotta di collo un cavaliere in armatura di pelle, e protezioni di ferro, con una spada sollevata sulla sua testa. Sul volto peloso, in cui brillavano degli occhietti, balenarono dei denti appuntiti.

Con un grido di battaglia, Kehl si lanciò contro il Koshchey. Ma il mostro fu più svelto, si bloccò con le terribili zampe, afferrando con le chele il cavallo. Il bobolak volò dalla sella, rotolando a terra.

Il Koshchey sollevò il cavallo nella sua morsa, apparentemente senza fatica, e lo dilaniò con un morso al torace. Le chele scattarono, spargendo il sangue animale sulle rocce, e con un altro colpo allo stomaco sparse le sue viscere fumanti.

Mikula saltò per recuperare il bobolak, ma lui lo respinse, afferrando un pugnale, e gridando che, come il cavallo, stava per morire, quindi saltò sul Koshchey. Con un’agilità senza pari si lanciò su una giuntura ossuta del mostro, e colpì con tutta la sua forza dritto nell’occhio. Il Koshchey sibilò, lasciò andare i resti del cavallo, e urtò Kehl con le sue spine acuminate, si rialzò e si strizzò di lato, sulla ghiaia. Kehl cadde sulle rocce, lasciando andare la spada. Il Koshchey fece un mezzo giro, lo raggiunse con le chele e le fece scattare. La minuta figura del Bobolak si alzò in aria.

Mikula ruggì furiosamente, e in due balzi raggiunse il mostro, agitò l’ascia, colpendo il carapace chitinoso. Korin, lasciando Visenna, senza pensarci saltò dall’altro lato, tenendo la spada con entrambe le mani, e colpì il mostro in una breccia tra la corazza e una zampa. Spingendo col petto, infilò la spada fino all’elsa. Mikula grugnì, colpendo di nuovo, e la corazza esplose, schizzando un liquido verde maleodorante. Il Koshchey sibilò, lasciò il bobolak, sollevando le chele. Korin piantò i piedi a terra, tirando l’elsa della spada con tutte le sue forze, senza risultati.

« Mikula! » gridò. « Indietro! »

Scapparono entrambi, agilmente, in direzioni diverse. Il Koshchey esitò, appiattì il ventre sulla roccia e camminò rapidamente in avanti, dritto su Visenna, che piegò la testa tra le braccia cercando disperatamente di alzarsi. Sopra di esso, nell’aria stava sospeso l’uccello variopinto, battendo le ali, gridando, gridando, gridando…

Il Koshchey era vicino.

Entrambi, Mikula e Korin, saltarono contemporaneamente, bloccando la strada al mostro.

« Visenna! »

« Mia signora! »

Il Koshchey, senza fermarsi, allargò le chele.

« Di lato! » gridò Visenna in ginocchio, alzando le mani. « Korin! Spostati! »

Saltarono entrambi, scontrandosi con le pareti della forra.

« Henenaa fireaoth kerelanth! » intonò la maga, allungando le mani verso il Koshchey. Mikula avvertì qualcosa di invisibile raggiungere il mostro. L’erba si sparse a terra, e piccole pietre rotolarono ai lati, come schiacciata da una enorme sfera pesante, che procedeva sempre più veloce. Le mani di Visenna brillavano luminose, lanciavano strisce di luce, che colpirono il Koshchey, avvolgendo la sua armatura in lingue di fuoco. L’aria vibrò di un ruggito assordante. Il Koshchey esplose, schizzando in una fontana di sangue verdastro, una tormenta di frammenti di chitina, gambe, interiora, tutto si alzò in aria, e si disseminò attorno come grandine, impregnando le rocce di un tremendo odore, facendo frusciare la vegetazione. Mikula rimase accovacciato, coprendosi la testa con entrambe le mani.

Scese la calma. Nel punto in cui prima stava il mostro, ora c’era un cratere annerito e fumante, spruzzato di un liquido verde e disseminato di frammenti impossibili da identificare.

Korin, asciugandosi il viso dal sangue verde, aiutò Visenna ad alzarsi da terra. Visenna tremava.

Mikula si chinò su Kehl. Gli occhi del bobolak erano aperti. Il farsetto di spessa pelle di cavallo era a brandelli, sotto al quale si poteva vedere ciò che restava del braccio e della spalla. Il fabbro voleva dire qualcosa, ma non ci riuscì. Raggiunse Korin, che aiutava Visenna. Il bobolak voltò la testa verso di loro. Korin vide il suo braccio e deglutì forte.

« Sei tu, principe », disse piano Kehl, ma con calma e chiaramente. « Avevi ragione… ho osato andare senza armi. E senza una mano quanto valgo? Bella stronzata, eh? »

La calma del bobolak spaventò Korin molto più della vista delle sue ossa schiacciate e delle ferite mostruose. Il fatto che il nano fosse ancora vivo, era impensabile.

« Visenna », sussurrò Korin, rivolgendo alla maga uno sguardo implorante.

« Non posso, Korin », disse Visenna, con voce spezzata. « Il suo metabolismo è totalmente diverso da quello umano… Mikula… non toccarlo… »

« Sei tornato, bobolak », sussurrò Mikula. « Perché? »

« Perché il mio metabolismo è diverso… da quello umano », disse con fierezza Kehl, ma con notevole sforzo. Un rivolo di sangue gli scese dalla bocca, macchiando la peluria grigia. Voltò la testa e fissò Visenna negli occhi.

« Beh, maga dai capelli rossi! La profezia era precisa, ma devi ancora concluderla. »

« No! » gemette Visenna.

« Sì », disse Kehl. « Sì, devi farlo. Aiutami! È il momento. »

« Visenna » disse Korin con un’espressione di orrore sul volto. « Non vorrai… »

« Vattene! » gridò la druida, cercando di trattenere le lacrime. « Andatevene tutti e due! »

Mikula, guardando altrove, tirò Korin per il braccio. Korin non oppose resistenza. Ma riuscì a vedere Visenna chinarsi sul bobolak, e toccargli dolcemente la fronte e le tempie. Kehl tremò, in preda ai brividi, poi si fermò e si irrigidì.

Visenna pianse.

IX[modifica | modifica wikitesto]

L’uccello variopinto, seduto sulla spalla di Visenna, girò la testa piatta e fissò l’occhio tondo ed immobile della maga. Il cavallo si trascinò sulla strada maestra rovinata, il cielo cobalto era pulito.

« Tweet tweet trk », disse l’uccello.

« Può darsi », concordò Visenna. « Ma non è quello il punto. Non mi hai capito. Io non ho pretese. Mi dispiace che in tutta la faccenda l’ho imparato da Fregenal, e non da te, è un fatto. Ma sai, dopo tutti questi anni, so che non sei loquace. Penso che forse se chiedessi francamente, risponderesti. »

« Trk tweet? »

« Certo. Per molto tempo. Ma sai come funziona con noi. Un grande mistero, viene tenuto segreto, confidenziale. E comunque, è solo una questione di ordine di grandezza. E poi non rifiuto una ricompensa per un lavoro, se qualcuno insiste, e se so che può permetterselo. So che per certi servizi il Circolo richiede un pagamento elevato. E anche giustamente, tutto è sempre più costoso e bisogna pur vivere. Non è quello il punto. »

« Tweeet », disse l’uccello spostando il peso sulle gambe. « Koriiin. »

« Stai un po’ fermo », sorrise ironicamente Visenna, piegando la testa verso l’uccello, lasciando che il becco le sfiorasse la guancia. « È per questo che sono amareggiata. Ho visto come mi guardava. Avrà sicuramente pensato, non solo la strega è una losca affarista ed un’ipocrita, ma anche avida ed egoista. »

« Tweet trk trk trk tweet? »

Visenna voltò la testa.

« Beh, non è così male », disse con un occhiolino. « Come ben sai non sono più una ragazza, non perdo la testa così facilmente. Anche se bisogna ammettere… che vago da sola da troppo a lungo nei… ma non intrometterti. Non ficcare il becco negli affari altrui. »

L’uccello rimase in silenzio, arruffando le penne. La foresta era sempre più vicina, si poteva vedere la strada che scompariva nei boschi che formavano un arco con i rami.

« Senti », disse Visenna dopo un secondo. « Come sembra, a tuo parere, il futuro? È davvero possibile che la gente un giorno non avrà più bisogno di noi? Perfino le cure più semplici? In questi termini ci sono stati pochi progressi, nella medicina erbalista, per esempio, ma se un giorno volessero sconfiggere, non so, la lombaggine? La febbre puerperale? Il tetano? »

« Tweet tweet. »

« Già, penso anch’io. In teoria ormai è possibile che anche il cavallo si metta a discutere. Farò un esempio più intelligente. Che mi dici del cancro? È possibile curare il cancro? Senza la magia? »

« Trrk! »

« Lo penso anch’io. »

Cavalcarono nella foresta, che odorava di freddo ed umidità. Attraversarono il letto di un torrente. Visenna si arrampicò su una collina, poi discese tra un campo di erica, che arrivava fino alle staffe. Ritrovò di nuovo la strada, sabbiosa e infestata da cespugli. Conosceva il sentiero, dato che l’aveva già percorso tre giorni prima. Solo nella direzione opposta.

« Secondo me », riprese a parlare, « si potrebbe cambiare un po’. Le tradizioni sono prese troppo all’osso e troppo senza spirito critico. Appena faccio ritorno… »

« Tweet », la interruppe l’uccello.

« Che c’è? »

« Tweet. »

« Cosa vuoi dire? Perché no? »

« Trrrrk. »

« Quale cartello? A quale palo? »

L’uccello, sbattendo le ali, si sollevò in volo e svanì tra i cespugli.

Korin era seduto con la schiena contro il palo al bivio, guardandola con un sorriso sfrontato. Visenna smontò da cavallo, avvicinandosi. Avvertiva che stava sorridendo involontariamente, ed inoltre, sospettava, il sorriso non sembrava dei più saggi.

« Visenna », la chiamò Korin. « Dimmi la verità, non mi hai fatto un incantesimo di qualche tipo? Perché provo una gran gioia ad incontrarti, quasi inusuale. Pfui, pfui, il fascino di un cane. O la va o la spacca. »

« Mi aspettavi. »

« Incredibilmente perspicace. Vedi, mi sono svegliato presto stamattina, e ho scoperto che eri partita. Gentile da parte sua, ho pensato, non voler sollevare qualche assurdità superficiale come un addio, del quale, del resto, si può comunque fare a meno. Alla fine chi dice addio, al giorno d’oggi, non fa altro che dare adito a superstizioni ed eccentricità. Vuoi sapere la verità? Mi sono girato e ho continuato a dormire. Solo dopo colazione, mi sono ricordato che dovevo dirti qualcosa di molto importante. Quindi ho montato uno dei cavalli catturati e ho preso una scorciatoia. »

« Allora cosa mi devi dire? » chiese Visenna, avvicinandosi, piegando la testa per guardare gli occhi azzurri che aveva visto in sogno la notte scorsa.

Korin scoprì i denti in un sorriso.

« È una questione delicata », disse. « Impossibile da riassumere in poche parole. C’è bisogno di spiegazioni dettagliate. Non so se riuscirò a concludere entro il tramonto. »

« Almeno inizia. »

« È quello il problema. Non so come. »

« Il signor Korin è senza parole », disse Visenna scuotendo la testa, continuando a sorridere. « Qualcosa di assolutamente inedito. Allora diciamo di iniziare, per esempio, dal principio. »

« Non è una cattiva idea », disse Korin fingendo di sedersi. « Vedi, Visenna, è da molto tempo che vago da solo… »

« Nei boschi e sulle strade maestre », concluse la maga, allungandogli le braccia attorno al collo.

L’uccello, seduto su un ramo molto in alto, agitò le ali, aprendole, e girò la testa.

« Trrrk tweet tweet », disse.

Visenna allontanò la bocca da quella di Korin, fissando l’uccello, e strizzando gli occhi.

« Hai ragione », disse. « Questa è davvero la strada del non ritorno. Vola, e di’ loro… »

Esitò, agitando la mano.

« Non dire niente. »